Relly

Aurelio P. nasce a Fiume il 21 aprile 1919, da una famiglia di origine ungherese ma di sentimenti italiani. A quel tempo la città, dopo la dissoluzione dell’Impero asburgico, è destinata al neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nonostante la maggioritaria presenza di italiani: sono tempi turbolenti, poiché la Grande guerra è appena terminata. Nel settembre dello stesso anno Gabriele d’Annunzio, alla testa dei suoi legionari, occupa la città, in nome del sangue versato dall’esercito italiano.

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Relly, come viene chiamato dai familiari, cresce in un clima di tensione: l’impresa dannunziana crea infatti una frizione diplomatica tra Roma e Belgrado, che porta alla proclamazione di Fiume quale città libera (1920) e all’evacuazione dei legionari di d’Annunzio, per finire nel 1924  con l’annessione all’Italia, quando Relly ha cinque anni. Da quel momento in poi vive con entusiasmo la stagione fascista; oltre a far parte delle organizzazioni giovanili del fascio, consegue l’abilitazione all’insegnamento in qualità di maestro elementare, e nel contempo impara il tedesco, il francese, il croato, tutte lingue che, assieme ad italiano ed ungherese, parlato in famiglia, gli saranno utili durante il periodo bellico.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale Relly è richiamato alle armi, ottenendo il grado di sergente d’artiglieria. Tramite un suo commilitone conosce Luisa, di quattro anni più giovane, che sposa nel 1943. Relly è di temperamento focoso, è un fascista entusiasta, grande atleta e cavallerizzo; dispone soprattutto di un coraggio non comune. Impiegato fin dal 1941 nelle operazioni in territorio balcanico, riceve una croce di guerra al valore militare per un’azione condotta sotto il fuoco nemico. Con lo sfascio dell’esercito italiano seguito all’armistizio del settembre1943, Relly riesce a tornare a Fiume combattendo assieme al suo reparto, e confluisce col grado di tenente nella Guardia Nazionale Repubblicana, ovvero l’esercito delle camicie nere fedeli a Mussolini; ma chi comanda sono i tedeschi, anche perché Fiume è stata annessa al Terzo Reich.

«Relly era un fegataccio, col dente avvelenato verso i druzi (partigiani) che gli avevano ucciso il padre il 12 settembre del 1943 presso Gorizia»

Il territorio circostante è controllato dai partigiani, dai cui sabotaggi bisogna difendere le infrastrutture e le vie di comunicazione. Relly è a capo del Presidio fascista posto a Rupa di Melsana, sulla strada che congiunge Fiume a Trieste, con compiti di vigilanza e rastrellamento. Il 30 aprile del 1944 avviene l’evento che segnerà il suo destino. Quel giorno il presidio viene bersagliato per l’ennesima volta da colpi d’artiglieria leggera dei partigiani (spalleggiati dai villaggi dei dintorni), proprio quando una colonna tedesca sta transitando lungo la rotabile; si tratta di quattro camionette, delle quali una viene centrata da un colpo esploso dai partigiani. Inferociti, i tedeschi chiedono rinforzi, che giungono qualche ora dopo. Per rappresaglia viene incendiato il villaggio di Lipa, e quasi la totalità dei suoi abitanti (circa 270 su 300) viene massacrata. Le fonti paiono addebitare la responsabilità dell’eccidio al tenente delle SS Arthur Walter, che si sarebbe successivamente macchiato di altre stragi, ma non si può escludere la presenza delle camicie nere durante l’efferata azione. Una testimone oculare riferisce di essersi salvata grazie all’intervento di una camicia nera, fatto che, se da un lato rivela la presenza italiana sul luogo, dall’altro induce a riflettere sul ruolo avuto dalle milizie fasciste, le quali difficilmente avrebbero potuto sottrarsi alla vendetta dei tedeschi in caso di opposizione. Relly viene considerato tuttavia il principale responsabile dalla popolazione slava; come riferisce un suo commilitone in un diario pubblicato decenni dopo, «Relly era un fegataccio, col dente avvelenato verso i druzi (partigiani) che gli avevano ucciso il padre il 12 settembre del 1943 presso Gorizia».

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Diciotto giorni dopo il sanguinoso episodio Relly diventa padre. Ma gli eventi incalzano e Relly non avrà mai modo di godersi la famiglia. Circa un anno dopo ripiega con i suoi uomini verso Trieste; i tedeschi si stanno ritirando e Fiume non è più sicura. Giunge a Trieste poco prima che la città venga occupata dal IX Corpus delle armate di Tito. Si rifugia presso degli amici, ma la sua spavalderia gli costa cara. Nonostante la città brulichi di nemici desiderosi di vendetta, il 10 maggio si aggira indossando un  impermeabile militare e degli stivaloni. Riconosciuto, viene catturato in piazza Rossetti e portato a Rupa di Melsana, dove il 17 maggio viene impiccato ad un palo del telegrafo. I familiari rimangono per anni all’oscuro della sua sorte, quando negli anni ’90 la figlia, divenuta bibliotecaria all’università di Trieste, sfogliando un libro apprende la fine del padre, morto a 26 anni, proprio mentre lei stava per compiere un anno.