Quindici anni dopo

pistolina

Dopo quindici anni ripenso a un bizzarro raggio di sole che venne a visitarmi una notte moscovita, dove ero finito per seguirla, prigioniero di una malia che mi legava a lei da tre anni. Avevo conosciuto Natal’ja in Germania, in una primavera d’Erasmus; ne ero rimasto folgorato, devo ammetterlo, tanto che due anni dopo ero partito per frequentare un corso di russo, maturando durante il soggiorno il fermo intento di non mettere più piede in Russia; facevo il conto alla rovescia dei due mesi di permanenza rimanenti.

Al mio arrivo lei abitava con i suoi genitori, e io con loro. Un inferno. L’esiguo spazio andava per giunta spartito con un ringhiosissimo cagnaccio pechinese, che odiavo a morte. Avevamo bisogno di un appartamento per noi due, e lo ebbi solo dopo due mesi vissuti nella loro microscopica casa. Nel costoso e periferico buco di Novo-Peredelkino, a mezz’ora dal centro, avevo una tana per stare con Natal’ja e sopravvivere con un po’ di calore umano a quel lungo inverno; diventammo molto intimi. Talvolta Natal’ja tornava a casa dei suoi, per una o due notti, episodi che per me erano sempre fonte di angoscia. Sembrava volesse tenersi un mondo proprio, mentre io languivo nell’appartamentuccio surriscaldato, invariabilmente circondato da neve e gelo. Lo studio del russo non mi occupava troppo, benché studiassi con zelo e progredissi con soddisfazione; la socialità scarseggiava perché, avendo un’ insegnante a mia completa disposizione, non potevo contare su alcun compagno di corso. Solo in rare occasioni, prima della primavera, avevo avuto modo di vedere gente. Mi sentivo solo, immalinconito e indurito.

All’ennesima eco di porta chiusa, segnale della fuga di Natal’ja, colsi al volo l’occasione per cercare compagnia allo studentato dell’Università. Mi ricordo un palazzo in stile sovietico, imponente, tetro, con ampi scaloni su cui ci radunavamo a parlare, mentre io ero costantemente distratto dal pensiero del ritorno, quando avrei trovato quel letto vuoto. Presi l’ultimo bus per raggiungere l’alveare dove ormai vivevo rinchiuso, venendo a patti con la sorda angoscia che sempre mi assaliva al pensiero di essere solo a Mosca.

Un paio di fermate prima della mia, un giovane dai capelli biondi a spazzola, con una borsa di plastica in mano, mi chiede: «Dove devo scendere per il supermercato Perekrestok?», «Scendi con me, te lo mostro perché ci passo per andare a casa». E così il biondo e roseo Viktor prosegue con me; noto che non è molto alto. Mi domanda da dove vengo e da lì nasce un fitto dialogo, che mi rallegra perché sono lieto di fare da Cicerone ad un russo. Arrivati al suo obiettivo, mi congedo, gli dico che è stato un piacere, gli auguro una buona nottata con la ragazza presso cui è diretto. Mi allontano e lui resta a guardarmi fisso. Dopo quindici anni sento ancora i suoi occhi sulla schiena, anche se non la sua voce che dice a bruciapelo: «Mi lasceresti il tuo numero di telefono?», «Certo», rispondo senza esitazione. Non abbiamo né carta né penna; mi tocca salire al quattordicesimo piano a prendere il necessario. Mi sembra brutto farlo aspettare fuori, anche se sono a Mosca, e questo giovanotto mi ispira simpatia. In ascensore chiacchieriamo fittamente e lo faccio accomodare mentre scrivo, con la porta di casa aperta. La conversazione è talmente soddisfacente, la sua compagnia tanto cara, equilibrata, che il mio cuore percepisce con grato stupore un sentimento differente da quell’impasto di noia, frustrazione, angoscia, che vi albergano da mesi. Ho delle bottiglie di vino di casa mia, che è a circa 3000 km da qui, e ne apro una per quel caro ospite. Allora lui comincia a raccontarmi di sé. Fa il grafico, ma dice che non è facile vivere in Russia, il che rafforza la mia impressione che qui viga la legge della giungla. E’ una situazione surreale, con Viktor. Dalla borsa di plastica estrae un mazzo di foto, immagini di persone e dei suoi lavori, che commentiamo con interesse. Ci scoliamo la bottiglia per un bel po’, e non penso neppure a separarmi da lui, e a quanto pare nemmeno lui da me, fino a quando squilla il campanello, verso circa le 2. Dallo spioncino vedo Natal’ja. La faccio entrare.

«Sono tornata perché avevo voglia di stare con te». Nonostante lo scetticismo, sono felice. Letto condiviso!

«Chi è quello?», e sbircia in cucina.

«Un amico. L’ho conosciuto stasera sul bus.»

«Cosa?»

Li presento, verso un bicchiere per Natal’ja, chiacchieriamo tutti e tre. Lei sembra rilassarsi e il suo volto mi comunica lo scioglimento dell’iniziale diffidenza, allorché Viktor, dicendo «Mosca è una città pericolosa, bisogna sapersi difendere», pesca dalla borsa di plastica una pistola. Guardo Natal’ja e lei guarda me. «Cos’è quel gingillo?», riesco a mormorare. «E’ un deterrente», e va verso la finestra, esposta verso l’antistante casermone, «spara pallini e di notte può essere scambiata per una vera pistola. Ora vi faccio vedere». Punta la pistola fuori dalla finestra e spara dei colpi sordi verso l’edificio, troppo lontano per essere colpito. A quel punto è soddisfatto, ripone l’arma e si ricorda della ragazza con cui aveva appuntamento. Chiede se può usare il telefono e se vogliamo invitarla lì. Do l’assenso. Telefona, va a prenderla e torna ben presto carico di birre e salatini, assieme ad una ragazzotta dall’aria interrogativa, che quando tutti e quattro siamo seduti attorno al tavolo, raccontandoci barzellette, bevendo, fumando, tirando tardi, pare divertirsi un sacco. All’alba sono sulla porta di casa mia, per salutare Viktor. Ha trasformato per qualche ora la monotonia in un carosello di eventi e gliene sono grato; lo abbraccio con trasporto, e lui fa altrettanto. Quando chiudo con garbo la porta, mi volto e guardo il viso di Natal’ja. «Amici», sentenzia. Dopo quindici anni da quell’unico incontro immagino che Viktor fosse una specie di angelo. Di lì a poco pure Natal’ja sarebbe scomparsa dalla mia vita, in circostanze misteriose. Ma questa è un’altra storia…