Furio racconta

Il mio ritratto

fulvio
Nasco a Trieste il 26 settembre 1926, proprio mentre mio padre si trova in una situazione problematica. Mia nonna lavora come domestica della famiglia Cosulich, e Antonio, così si chiama mio papà, al momento dello scoppio della Grande Guerra è in età da arruolamento, essendo nato nel 1897. I padroni lo convincono a partire volontario con la promessa di intercedere per lui, al termine della guerra, per un posto statale. Purtroppo per lui, si arruola; è una decisione che lo proietterà nella categoria degli sconfitti, assieme a tanti altri sfortunati. Con l’insediamento delle autorità italiane rientra nelle “liste di proscrizione”; i lealisti, e a maggior ragione i volontari di guerra, non trovano lavoro. Nonostante la sfavorevole congiuntura, papà sposa mia mamma Natalia, nata nel 1904; di mestiere fa la “gilettaia”, ovvero sarta specializzata in gilet. Ben presto però le entrate rivelano la loro inconsistenza e mio papà diventa inquieto. Quando sono ancora piccolo, parte per Parigi. La riluttanza di mamma a lasciare Trieste, unitamente alle crepe createsi nel loro rapporto di coppia, causa la separazione di fatto. Cresco tra le donne, poiché mamma è aiutata dalle sue sorelle e da sua madre (nata nel 1866..pensa ti! Quando che ghe xe stada la batalia de Lissa!). Sono un bambino mite, tranquillo, intelligente. Nonostante le ristrettezze, vengo iscritto al prestigioso Liceo Classico “Petrarca”, dove imparo ad amare i libri e le humanae litterae. Mi applico con profitto, stando sempre tuttavia attento a non fare più del dignitoso necessario. Mamma per qualche anno spera di riallacciare il rapporto con papà; un paio di volte mi porta a Parigi, dove papà fa il muratore. In uno di questi viaggi conosco il gusto della violenza.

Gavevo diese ani, e me go trovà a far barufa con do muleti francesi. Ma no i iera ostili, solo che li go pestai e li go anca strassinai tal pantan. No so perché.

E’ l’ultima volta che lo vedo. So che si crea una nuova famiglia e che muore di tubercolosi prima dei sessant’anni. Passano gli anni e mamma incontra Romeo, che di mestiere fa il contabile per gli Hausbrandt, quelli del caffè. Anche lui ha combattuto la Grande Guerra come artigliere, perché con il suo diploma di ragioniere era bravo a calcolare le coordinate di tiro. Lo chiamo zio e ascolto le sue storie; mi colpisce l’accurata mappa delle fortificazioni italiane attorno all’Hermada, che zio stesso aveva redatto; così mi descrive gli ultimi giorni dell’Austria.

Ierimo sul Piave, iera otobre: strachi, ‘ssai zò de moral, e quel che savevimo del paese no iutava. Tuto stava andando in malora. Se i taliani ne atacava de novo, iera poca speranza. Ris’ciar la pele per cossa? Cussì go decidesto de farme bater telegrama che dixeva che me mare stava mal. Son tornà a Trieste in treno, giusto prima del ribalton.1

Zio ha un ottimo stipendio, spesso il padrone lo invita a caccia nelle sue tenute di Visco, e ritorna sempre con qualche lepre o fagiano. L’estate è un periodo ricco di ricordi; con la mamma m’imbarco sul vaporetto per andare “al bagno” di Capodistria. Lì ci sono i miei amici, tra i quali Giorgetto, figlio del padrone dello stabilimento. La nostra amicizia dura fino alla sua morte, purtroppo, così va la vita, ma facciamo in tempo ad apprezzarci reciprocamente come pittori, non di pareti, ovviamente. Durante il fascismo, la mia famiglia è piuttosto tiepida. Ma la propaganda di regime stimola una delle mie prime composizioni satiriche.

Ogni quatro de novembre le coriere ne portava a Redipuja. Iera ‘ssai zente quela volta. Spetavimo per ore, sul atenti, finché rivava el duce. Una noia! Una volta go zigà: “eja, eja, caga là”. Quei che me stava intorno se ga calumà per no farse veder vizin de mi.”2

Entro a far parte delle organizzazioni giovanili del Fascio, perché quella volta “iera cussì, e mi voja de zercar ràdighi no go mai vù”. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale ho 14 anni; grazie a zio Romeo non si soffre mai la fame. I problemi si presentano nel 1943, quando i tedeschi occupano Trieste. Veniamo annessi al Terzo Reich, e il Litorale Adriatico deve dar giovani alla leva, come tutti quella volta. Le prospettive non sono certo attraenti, specie per uno come me, che della vita serena e spensierata ho fatto un obiettivo primario. Le alternative sono le SS, la X MAS, e una terza via: la Guardia Civica. Il podestà si è inventato questa comoda via di fuga per i giovani triestini; i pericoli scarseggiano, avendo a che fare con sorveglianza e ordine pubblico; non c’è il rischio di dover andare a caccia di partigiani, insomma. Mi adatto, mi addestro, sorveglio viadotti e linee ferroviarie, dormo nelle baracche; ma torno anche a casa della mamma, alcune notti. Considerando i tempi, è una vita più che accettabile. Fino a quando il flusso del destino mi travolge. I primi giorni di maggio del 1945, alla caserma della Guardia Civica arriva di corsa un soldato che annuncia:

Sta rivando i titini! E anche i Aleati, i dixe. Dei muli, femo anca noi la nostra parte! Butemo fora i tedeschi!3

Un’euforia bellicista pervade la caserma, senza il mio personale coinvolgimento. I fucili mod. 91 vengono prelevati dalle rastrelliere, via vai di gente per i corridoi, camion accesi in attesa dei soldati. Secondo me basterebbe aspettare l’arrivo di truppe più preparate, perché noi siamo la Guardia Civica, mica gli arditi; chi ha mai fatto a schioppettate? Mi trascinano a bordo del camion. Percorse alcune vie, il camion si ferma; notiamo un posto di blocco tedesco, munito di mitragliatrice pesante, e in quel momento l’autista se la svigna. Un attimo dopo la mitragliatrice fa partire una sventagliata sulla fiancata del camion. All’interno tutti ci buttiamo fulmineamente sul pianale. La mitragliatrice tace. Vicino a me un uomo si lamenta. Ha una ferita alla testa. Un altro mi porge una bomba a mano: Furietto, tiremoghe la bomba!

Cossa te xe mato?

I tedeschi si avvicinano col mitra spianato. Ci tirano fuori senza troppe cerimonie e ci caricano su un autoblindo. Durante il breve tragitto fino all’automezzo ci picchiano col calcio dei mitra. Ricevuta la prima botta, faccio finta di svenire con un gemito e così sono obbligati a caricarmi a braccia, mentre un mio amico, privo di inventiva, prende un sacco di legnate. Ci portano in una scuola convertita in caserma e ci chiudono in un’aula, dove attendo di sapere il mio destino. Nell’attesa mi sdraio su un tavolaccio e dormo. Mi risveglio per il rancio, che consiste in un pentolone di pasta al ragù, al termine del quale mi addormento di nuovo. Dopo un tempo indefinito qualcuno mi scuote per i piedi. Un vecchio tedesco, probabilmente oltre la sessantina, mi guarda con un’espressione tutt’altro che ostile.

“Nach Hause”, dice.

Sono di nuovo libero. Trotterello per la città deserta, che mi mostra i segni della guerra; muri sbrecciati e fori di pallottole ovunque. A casa apprendo che la maggior parte dei tedeschi si è ritirata. Capisco di essere stato rilasciato perché i miei carcerieri avevano di meglio da fare che giustiziarmi, e con un brivido mi rendo conto che quel pentolone di pastasciutta poteva essere il mio ultimo pasto. Riesco a sopravvivere durante i quaranta giorni dei titini a Trieste, poi la guerra finisce, ed inizia la ricostruzione. Ottengo un buon posto all’Università, dapprincipio in segreteria studenti. Partecipo al concorso e divento bibliotecario. Proprio sul lavoro conosco Lea, che poi sposo nel 1955. Lavoriamo fianco a fianco; finito l’orario di lavoro, balziamo a bordo della vespa e andiamo al mare. Nel 1960 partecipo alle Olimpiadi di Roma, come cronometrista, e mia mamma mi vede in televisione. Nel 1965 compriamo casa in una bella zona residenziale, da cui godiamo la vista sul Golfo di Trieste. Ci facciamo dei bei viaggi al Sud, portandoci ogni volta dietro particolari impressioni. Mi ricordo di una cacca di cane nella hall di un albergo della costiera amalfitana; la troviamo uscendo al mattino e ad aspettarci la sera, senza che nessuno evidentemente ritenga opportuno rimuoverla. Nel bagno della nostra camera d’albergo, una fila di pietre piatte vanno dal water alla porta; servono per non bagnarsi i piedi quando si tira l’acqua, che inonda la stanza. Non abbiamo figli ma ce la spassiamo noi due. La felicità dura poco, perché Lea si ammala di cancro verso la fine degli anni ’60. Invano andiamo in Belgio alla ricerca di una cura. Lea muore nel 1974, a 48 anni. Sono prostrato dal dolore. Per distrarmi, il mio amico Sergio mi porta in crociera in Dalmazia, su quella barca a vela che imparo ad usare bene, viaggio dopo viaggio. Riscopro le bellezze della vita grazie ai miei amici. Di ritorno dalla crociera, sulla scalinata dell’Università, incontro Flavia. Lei ha diciotto anni meno di me. E’ amore a prima vista, e con lei inizio una seconda vita. Abbiamo il dono di un figlio e di una figlia, ai quali dedico questo piccolo racconto di una parte delle loro radici.

1 “Eravamo sul Piave, nell’ottobre del ’18, stanchi, senza rifornimenti, perplessi a causa delle notizie che ci arrivavano dalle retrovie; pareva che tutto si stesse sfaldando. Tutti noi eravamo depressi e convinti che non avremmo potuto fronteggiare un’ultima offensiva. Non era il caso di rischiare la pelle! E così mi feci spedire un telegramma da Trieste, recante la falsa notizia dell’agonia di mia madre. Ritornai a Trieste in treno, pochi giorni prima della grande ritirata.”

2 Ogni 4 di novembre venivamo prelevati dalle corriere e portati a Redipuglia. Quella volta sì che c’era gente! Aspettavamo per ore, sull’attenti, fino all’arrivo del Duce. La noia era mortale. Per scuotere un po’ l’ambiente, gridai “Eja, eja, caga là!”. Immediatamente si fece il vuoto attorno a me.

3 “I titini stanno arrivando. Sembra che anche gli Alleati siano puntando su Trieste. Diamo il nostro contributo eliminando la guarnigione tedesca qui in città!”