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Le avventure di Ermete Dolorino

Generazioni di giovani, fino a poco tempo fa, hanno scontato il periodo della naja, lasciando tracce di sé negli archivi militari. Più indietro si va nel tempo, più aumenta la probabilità che l’arruolamento sia avvenuto in scenari storici quanto meno sfavorevoli. E’ questo il caso di mio nonno materno, Ermete Dolorino; no, non sto scherzando, questo nome è scritto sul suo fascicolo matricolare, da me consultato all’Archivio di Stato di Gorizia. A parte questo dettaglio, buono al più per speculare sulla fantasia onomastica dei miei bisnonni materni, il documento rivela un passaggio cruciale nell’esistenza del mio antenato: ovvero come ha evitato la deportazione dopo l’8 settembre 1943. Nonno Ermete, detto Efre, nasce nel 1910; è richiamato alle armi già nel 1940; sta vicino a casa col suo reggimento di artiglieria, non va in Russia, ma deve fare i conti con altri pericoli. A confermare il detto «non tutti i mali vengono per nuocere», si ammala di appendicite nel gennaio del 1943. Ricoverato più volte, si trova ancora in ospedale al momento della fuga della famiglia reale; ed è una fortuna colossale. Mentre la gran parte dei soldati, lasciati privi di ordini, viene deportata in Germania, nonno Efre va in licenza di convalescenza. Nonostante la confusione seguita al collasso dello stato, a novembre si presenta alla visita di controllo, ma successivamente sceglie di dileguarsi; piuttosto saggiamente, direi. Questo fascicolo ingiallito integra i racconti di famiglia con date e circostanze precise e li colloca all’interno della Storia con la S maiuscola. Ecco composta una piccola storia, a cui faccio seguire un’altra.

Tra due fuochi

La memoria familiare conserva ovviamente ricordi della vita di nonno Efre come soldato «sbandato». Gettata la divisa, torna a casa e lavora nel negozio di alimentari di famiglia; vivendo nella zona del Litorale Adriatico, annessa dai tedeschi, non dev’essere facile per lui cavarsela tra questi ultimi e i partigiani. Per raggiungere il grossista e poter rifornire il negozio deve spostarsi  con un triciclo munito di carretto; durante una di queste sortite rischia la vita una prima volta a causa di un mitragliamento ravvicinato da parte di un aereo alleato; la seconda quando una banda di partigiani lo blocca, sequestrandogli merce e triciclo. Come se non bastasse, hanno tutta l’aria di volerlo fare fuori; solo l’intercessione di un partigiano suo amico li distoglie dal proposito omicida. Efre è fortunato. In questo momento lui non sa che una terza prova lo attende al varco; tempo dopo arriva a casa una pattuglia di tedeschi a rastrellare gli uomini abili. Efre si nasconde in negozio, all’interno di un cassone zeppo di cereali. I tedeschi vengono ricevuti dalle donne e da zio Claudio, che all’epoca ha cinque anni. Mentre i soldati ispezionano il luogo, la cagnetta Babily raspa con le zampette il cassone da cui proviene l’odore del padrone, e Claudio contribuisce allo show dimenandosi e saltellando, ma soprattutto canticchiando «el papà xe nel casson, e voi no lo trovèee!». La nonna e la bisnonna sudano freddo lungo la spina dorsale. Fortunatamente i tedeschi non capiscono, e il nonno è salvo per l’ennesima volta.

La riflessione

Se nonno Efre fosse morto a causa di mitraglia, fucile, o di fame in un lager, mia madre non sarebbe mai nata. Anche io, pertanto, sono il risultato della piega presa da questi aneddoti che racconto. Faccio parte di una narrazione anch’io. Il grande libro dell’umanità aspetta di essere riempito con le pagine finora dimenticate, fatte di piccoli snodi nelle vicende personali, scandite da incontri e da grandi eventi che ne hanno modificato i percorsi di vita; il flusso dell’umana consapevolezza, circoscritto all’ambito familiare, recapita nelle nostre mani un testimone: sto parlando della propria memoria della propria famiglia. Il modo migliore che conosco per fissarne l’unica bellezza è scriverne.

Quindici anni dopo

pistolina

Dopo quindici anni ripenso a un bizzarro raggio di sole che venne a visitarmi una notte moscovita, dove ero finito per seguirla, prigioniero di una malia che mi legava a lei da tre anni. Avevo conosciuto Natal’ja in Germania, in una primavera d’Erasmus; ne ero rimasto folgorato, devo ammetterlo, tanto che due anni dopo ero partito per frequentare un corso di russo, maturando durante il soggiorno il fermo intento di non mettere più piede in Russia; facevo il conto alla rovescia dei due mesi di permanenza rimanenti. Continue reading Quindici anni dopo

Furio racconta

Il mio ritratto

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Nasco a Trieste il 26 settembre 1926, proprio mentre mio padre si trova in una situazione problematica. Mia nonna lavora come domestica della famiglia Cosulich, e Antonio, così si chiama mio papà, al momento dello scoppio della Grande Guerra è in età da arruolamento, essendo nato nel 1897. I padroni lo convincono a partire volontario con la promessa di intercedere per lui, al termine della guerra, per un posto statale. Purtroppo per lui, si arruola; è una decisione che lo proietterà nella categoria degli sconfitti, assieme a tanti altri sfortunati. Con l’insediamento delle autorità italiane rientra nelle “liste di proscrizione”; i lealisti, e a maggior ragione i volontari di guerra, non trovano lavoro. Nonostante la sfavorevole congiuntura, papà sposa mia mamma Natalia, nata nel 1904; di mestiere fa la “gilettaia”, ovvero sarta specializzata in gilet. Ben presto però le entrate rivelano la loro inconsistenza e mio papà diventa inquieto. Quando sono ancora piccolo, parte per Parigi. La riluttanza di mamma a lasciare Trieste, unitamente alle crepe createsi nel loro rapporto di coppia, causa la separazione di fatto. Cresco tra le donne, poiché mamma è aiutata dalle sue sorelle e da sua madre (nata nel 1866..pensa ti! Quando che ghe xe stada la batalia de Lissa!). Sono un bambino mite, tranquillo, intelligente. Nonostante le ristrettezze, vengo iscritto al prestigioso Liceo Classico “Petrarca”, dove imparo ad amare i libri e le humanae litterae. Mi applico con profitto, stando sempre tuttavia attento a non fare più del dignitoso necessario. Mamma per qualche anno spera di riallacciare il rapporto con papà; un paio di volte mi porta a Parigi, dove papà fa il muratore. In uno di questi viaggi conosco il gusto della violenza.

Gavevo diese ani, e me go trovà a far barufa con do muleti francesi. Ma no i iera ostili, solo che li go pestai e li go anca strassinai tal pantan. No so perché.

E’ l’ultima volta che lo vedo. So che si crea una nuova famiglia e che muore di tubercolosi prima dei sessant’anni. Passano gli anni e mamma incontra Romeo, che di mestiere fa il contabile per gli Hausbrandt, quelli del caffè. Anche lui ha combattuto la Grande Guerra come artigliere, perché con il suo diploma di ragioniere era bravo a calcolare le coordinate di tiro. Lo chiamo zio e ascolto le sue storie; mi colpisce l’accurata mappa delle fortificazioni italiane attorno all’Hermada, che zio stesso aveva redatto; così mi descrive gli ultimi giorni dell’Austria.

Ierimo sul Piave, iera otobre: strachi, ‘ssai zò de moral, e quel che savevimo del paese no iutava. Tuto stava andando in malora. Se i taliani ne atacava de novo, iera poca speranza. Ris’ciar la pele per cossa? Cussì go decidesto de farme bater telegrama che dixeva che me mare stava mal. Son tornà a Trieste in treno, giusto prima del ribalton.1

Zio ha un ottimo stipendio, spesso il padrone lo invita a caccia nelle sue tenute di Visco, e ritorna sempre con qualche lepre o fagiano. L’estate è un periodo ricco di ricordi; con la mamma m’imbarco sul vaporetto per andare “al bagno” di Capodistria. Lì ci sono i miei amici, tra i quali Giorgetto, figlio del padrone dello stabilimento. La nostra amicizia dura fino alla sua morte, purtroppo, così va la vita, ma facciamo in tempo ad apprezzarci reciprocamente come pittori, non di pareti, ovviamente. Durante il fascismo, la mia famiglia è piuttosto tiepida. Ma la propaganda di regime stimola una delle mie prime composizioni satiriche.

Ogni quatro de novembre le coriere ne portava a Redipuja. Iera ‘ssai zente quela volta. Spetavimo per ore, sul atenti, finché rivava el duce. Una noia! Una volta go zigà: “eja, eja, caga là”. Quei che me stava intorno se ga calumà per no farse veder vizin de mi.”2

Entro a far parte delle organizzazioni giovanili del Fascio, perché quella volta “iera cussì, e mi voja de zercar ràdighi no go mai vù”. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale ho 14 anni; grazie a zio Romeo non si soffre mai la fame. I problemi si presentano nel 1943, quando i tedeschi occupano Trieste. Veniamo annessi al Terzo Reich, e il Litorale Adriatico deve dar giovani alla leva, come tutti quella volta. Le prospettive non sono certo attraenti, specie per uno come me, che della vita serena e spensierata ho fatto un obiettivo primario. Le alternative sono le SS, la X MAS, e una terza via: la Guardia Civica. Il podestà si è inventato questa comoda via di fuga per i giovani triestini; i pericoli scarseggiano, avendo a che fare con sorveglianza e ordine pubblico; non c’è il rischio di dover andare a caccia di partigiani, insomma. Mi adatto, mi addestro, sorveglio viadotti e linee ferroviarie, dormo nelle baracche; ma torno anche a casa della mamma, alcune notti. Considerando i tempi, è una vita più che accettabile. Fino a quando il flusso del destino mi travolge. I primi giorni di maggio del 1945, alla caserma della Guardia Civica arriva di corsa un soldato che annuncia:

Sta rivando i titini! E anche i Aleati, i dixe. Dei muli, femo anca noi la nostra parte! Butemo fora i tedeschi!3

Un’euforia bellicista pervade la caserma, senza il mio personale coinvolgimento. I fucili mod. 91 vengono prelevati dalle rastrelliere, via vai di gente per i corridoi, camion accesi in attesa dei soldati. Secondo me basterebbe aspettare l’arrivo di truppe più preparate, perché noi siamo la Guardia Civica, mica gli arditi; chi ha mai fatto a schioppettate? Mi trascinano a bordo del camion. Percorse alcune vie, il camion si ferma; notiamo un posto di blocco tedesco, munito di mitragliatrice pesante, e in quel momento l’autista se la svigna. Un attimo dopo la mitragliatrice fa partire una sventagliata sulla fiancata del camion. All’interno tutti ci buttiamo fulmineamente sul pianale. La mitragliatrice tace. Vicino a me un uomo si lamenta. Ha una ferita alla testa. Un altro mi porge una bomba a mano: Furietto, tiremoghe la bomba!

Cossa te xe mato?

I tedeschi si avvicinano col mitra spianato. Ci tirano fuori senza troppe cerimonie e ci caricano su un autoblindo. Durante il breve tragitto fino all’automezzo ci picchiano col calcio dei mitra. Ricevuta la prima botta, faccio finta di svenire con un gemito e così sono obbligati a caricarmi a braccia, mentre un mio amico, privo di inventiva, prende un sacco di legnate. Ci portano in una scuola convertita in caserma e ci chiudono in un’aula, dove attendo di sapere il mio destino. Nell’attesa mi sdraio su un tavolaccio e dormo. Mi risveglio per il rancio, che consiste in un pentolone di pasta al ragù, al termine del quale mi addormento di nuovo. Dopo un tempo indefinito qualcuno mi scuote per i piedi. Un vecchio tedesco, probabilmente oltre la sessantina, mi guarda con un’espressione tutt’altro che ostile.

“Nach Hause”, dice.

Sono di nuovo libero. Trotterello per la città deserta, che mi mostra i segni della guerra; muri sbrecciati e fori di pallottole ovunque. A casa apprendo che la maggior parte dei tedeschi si è ritirata. Capisco di essere stato rilasciato perché i miei carcerieri avevano di meglio da fare che giustiziarmi, e con un brivido mi rendo conto che quel pentolone di pastasciutta poteva essere il mio ultimo pasto. Riesco a sopravvivere durante i quaranta giorni dei titini a Trieste, poi la guerra finisce, ed inizia la ricostruzione. Ottengo un buon posto all’Università, dapprincipio in segreteria studenti. Partecipo al concorso e divento bibliotecario. Proprio sul lavoro conosco Lea, che poi sposo nel 1955. Lavoriamo fianco a fianco; finito l’orario di lavoro, balziamo a bordo della vespa e andiamo al mare. Nel 1960 partecipo alle Olimpiadi di Roma, come cronometrista, e mia mamma mi vede in televisione. Nel 1965 compriamo casa in una bella zona residenziale, da cui godiamo la vista sul Golfo di Trieste. Ci facciamo dei bei viaggi al Sud, portandoci ogni volta dietro particolari impressioni. Mi ricordo di una cacca di cane nella hall di un albergo della costiera amalfitana; la troviamo uscendo al mattino e ad aspettarci la sera, senza che nessuno evidentemente ritenga opportuno rimuoverla. Nel bagno della nostra camera d’albergo, una fila di pietre piatte vanno dal water alla porta; servono per non bagnarsi i piedi quando si tira l’acqua, che inonda la stanza. Non abbiamo figli ma ce la spassiamo noi due. La felicità dura poco, perché Lea si ammala di cancro verso la fine degli anni ’60. Invano andiamo in Belgio alla ricerca di una cura. Lea muore nel 1974, a 48 anni. Sono prostrato dal dolore. Per distrarmi, il mio amico Sergio mi porta in crociera in Dalmazia, su quella barca a vela che imparo ad usare bene, viaggio dopo viaggio. Riscopro le bellezze della vita grazie ai miei amici. Di ritorno dalla crociera, sulla scalinata dell’Università, incontro Flavia. Lei ha diciotto anni meno di me. E’ amore a prima vista, e con lei inizio una seconda vita. Abbiamo il dono di un figlio e di una figlia, ai quali dedico questo piccolo racconto di una parte delle loro radici.

1 “Eravamo sul Piave, nell’ottobre del ’18, stanchi, senza rifornimenti, perplessi a causa delle notizie che ci arrivavano dalle retrovie; pareva che tutto si stesse sfaldando. Tutti noi eravamo depressi e convinti che non avremmo potuto fronteggiare un’ultima offensiva. Non era il caso di rischiare la pelle! E così mi feci spedire un telegramma da Trieste, recante la falsa notizia dell’agonia di mia madre. Ritornai a Trieste in treno, pochi giorni prima della grande ritirata.”

2 Ogni 4 di novembre venivamo prelevati dalle corriere e portati a Redipuglia. Quella volta sì che c’era gente! Aspettavamo per ore, sull’attenti, fino all’arrivo del Duce. La noia era mortale. Per scuotere un po’ l’ambiente, gridai “Eja, eja, caga là!”. Immediatamente si fece il vuoto attorno a me.

3 “I titini stanno arrivando. Sembra che anche gli Alleati siano puntando su Trieste. Diamo il nostro contributo eliminando la guarnigione tedesca qui in città!”

La guida artica

Il bus scodella me e un’altra ventina di «guide artiche» verso l’una di notte presso il Best Western di Leknes, Lofoten. Per la prima volta metto piede nel regno degli stoccafissi e dei paesaggi costellati da fiordi e massi erratici, illuminati dal rossastro sole di mezzanotte. Mi presento: mi chiamo Giacomo e da un paio di mesi abito a Tromsø, Norvegia artica. In Italia ho lavorato nella scuola, ma la mia passione per l’insegnamento non è stata ricambiata. Così, su suggerimento di un amico, ho seguito le sue orme; ho frequentato un corso per guide turistiche e sto lavorando qui. Non ho in animo di trasferirmici stabilmente, perché la vita mi pare troppo cara e gli indigeni troppo freddi, salvo quando si ubriacano. Qualcuno dice che ci vuole pazienza prima di stringere amicizia con un norvegese, almeno cinque anni; ma per me la vita è un passaggio breve ed incerto, per cui preferisco la compagnia di coscienze socialmente più pragmatiche. Sono qui per provare a me stesso che non sono una vecchia ciabatta. Al momento sono in trasferta alle Lofoten per guidare un gruppo di tedeschi in un luogo a me sconosciuto. Il poco che so l’ho studiato venendo qui in bus. Non sono un millantatore; molte altre guide si trovano nella mia stessa situazione. Quando tre bestioni da 3000 passeggeri, vere città galleggianti, attraccano al porto di Gravdal, gli accompagnatori locali sono in difficoltà; e allora si arruolano le guide di Tromsø, novellini compresi. Continue reading La guida artica

Relly

Aurelio P. nasce a Fiume il 21 aprile 1919, da una famiglia di origine ungherese ma di sentimenti italiani. A quel tempo la città, dopo la dissoluzione dell’Impero asburgico, è destinata al neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nonostante la maggioritaria presenza di italiani: sono tempi turbolenti, poiché la Grande guerra è appena terminata. Nel settembre dello stesso anno Gabriele d’Annunzio, alla testa dei suoi legionari, occupa la città, in nome del sangue versato dall’esercito italiano. Continue reading Relly